The right side

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Di solito, uscendo dall’albergo per una passeggiata, si gira verso sinistra. Si va verso il centro città,  si trovano tanti negozietti e nel giro di un paio di km si incontra un centro commerciale grande, il Phoenix Mall. Casino, traffico, persone ovunque.
Ieri, ho svoltato verso destra.
Alla ricerca del Big Bazaar. Non doveva essere lontano, almeno stando a Google.
In effetti sono circa 15 minuti a piedi, camminando lentamente, ed una sola strada da attraversare, ma c’è persino il semaforo per i pedoni (che nessuno rispetta, ma questa è un’altra storia). Pochi minuti, che diventano però un’esperienza, nel momento in cui varchi il cancello (con tanto di guardia sorridente) del tuo soggiorno dorato. Più argentato, in realtà. E pitonato. Vabbè.
Oramai quando cammino vado direttamente sulla strada (come tutti gli altri), è molto più comodo. Tanto la strada è talmente larga che ci stanno tre auto affiancate e tutti stanno molto lontani dal marciapiede, come fosse una cosa brutta. Sporca sicuro, con buchi, terra, un fosso scavato al limite esterno che funge da fogna e da toilette, al centro un grosso tubo che corre per tutto il marciapiede appoggiato su sacchi, probabile prossima fogna da realizzare. Chissà da quanto tempo è lì e quanto tempo ci starà. Mi sono portato la macchina fotografica, voglio fare foto alle cose che vedo. La prima, un camionicino parcheggiato a bordo strada con il conducente che dorme. Ma non posso fargli la foto, dai! Ci sono altre persone che mi vengono incontro e mi guardano. Tutti mi guardano.
Dall’altra parte, verso destra, non ci sono negozi, ci sono persone che di stranieri (bianchi) non ne vedono quasi mai. Sono sorpresi. Sorridono.
E ci sono i carretti delle verdure, spinti in mezzo alla strada. I cantieri in costruzione, milioni di metri cubi di cemento con dentro persone che lavorano, brulicanti, scalzi, con in testa un foulard per resistere al caldo, che si riposano all’ombra di un grande albero. Poi lo Shantiniketan, un complesso immobiliare di una ventina di palazzi di 18 piani, enorme e (da fuori) lussuoso. Operai che lavorano il marmo sotto il sole a mezzogiorno circa. Non li invidio.
E poi negozi improvvisati che vendono cibarie, persone che aspettano l’autobus, altre in pausa pranzo a prendere il fresco sotto i pochi alberi. Un traffico infernale, sempre, fatto di auto, camion decorati, moto, tutti che suonano il clacson. Un altro camion, ma accostato, con due persone che cercano di risolvere qualche guasto. Non mi degnano, giustamente, di uno sguardo. Invece attirano la mia attenzione dei bambini, oltre un muro, in una specie di cortile diroccato oltre la strada. Sorridono, mi fanno ciao con la manina e appena rispondo con la mia, scoppiano di gioia e saltano felici. Mi sa che avranno una storia da raccontare.
Ancora qualche passo ed eccomi al Big Bazaar! Google aveva ragione, in un attimo la magia è scomparsa e io mi sono accorto di non aver fatto neanche una foto. Non che non volessi, ma non me la sono sentita. Sarebbe stato come rubare parte di quell’ambiente. Una sorta di sacrilegio.
Big Bazaar, 5 piani di negozio. All’ingresso il solito controllo di sicurezza. Mi etichettano la macchina fotografica, così nessuno potrà mai dire all’uscita che l’ho rubata. Furbizia.
Piano terra, articoli da casa. Pentole, padelle, contenitori, cucine ed altro. Non mi soffermo su ogni cosa, guardo un pò e passo oltre. Scopro che esiste la rampa per andare da un piano all’altro, oltre alle scale e all’ascensore. La uso. Piano primo, elettrodomestici. Frigoriferi, forni, robot da cucina, ecc. Secondo piano, abbigliamento femminile, diviso in casual e formale, ‘stile locale’ e ‘stile occidentale’. Terzo piano, abbigliamento maschile, stesso principio. Vado a curiosare nel reparto ‘stile locale – formale’, prima o poi mi dovrò comprare qualcosa, no? Trovo dei Kurta, di cotone e lino, sembrano molto comodi e sono anche carini. Ma qui, se non vesti a righe o quadretti, sembra impossibile trovare qualcosa da mettere. No, non mi sento ancora pronto e passo oltre. Al piano quarto, supermercato. Me lo giro tutto due volte (non è così grande) e mi guardo buona parte delle cose negli scaffali. C’è una specie di panetteria che sforna quotidianamente il pane (tanti tipi), lo imbusta e lo vende. Gli scaffali di frutta e verdura, molta sconosciuta. I sacchi di riso da 25 kg, il reparto dove si compra il cibo sciolto. Zucchero, riso, legumi, grano, te li scegli, te li prendi con la ciotola, butti nel sacchetto, fai pesare.
Il resto del supermercato è internazionale. Biscotti, marmellate, la Nutella, la pasta, il ketchup in confezioni enormi, snack da sgranocchiare a perdita d’occhio, patatine e tutto il resto. Vado alle bibite, qui la Coca Cola costa pochissimo. Una bottiglia grande più o meno 0.30€ ed oggi c’è pure il ‘prendi due paghi uno’. Ma che cavolo, tutte le bibite, ora che guardo bene, sono della Coca Cola Company. C’è forse lo stabilimento? C’è anche succo di frutta al mango ovunque, a litri.
Aggiungo alla spesa una bibita gusto limone e vado alla cassa. Pago la spesa, chiedo un sacchetto di plastica e pago pure quello. Un’ enormità in confronto alla spesa, cercano di non incentivare l’uso dei sacchetti per l’inquinamento. La cassiera mi mette la spesa nel sacchetto e lo sigilla con una fettuccina di plastica, in modo che passando per gli altri piani non mi venga voglia di prendere altro senza pagare. Seconda furbizia.
Esco, attraverso la strada e stavolta faccio le foto. Ai cantieri, ai carretti, ai bambini, alle persone e anche finalmente al Campo Ayurvedico che vedo tutte le volte che torniamo in albergo con la macchina. A leggere fuori, lì dentro si curano tutti i tipi di malanni del mondo. Se sopravvivi a lì dentro, probabilmente, non ti viene più niente.
Arrivo in albergo, con, nel cuore, l’esperienza del ‘lato destro’. Scopro dopo che la terza furbizia doveva essere la mia.. prendere il succo al mango.

Aggiornamento: si, a Bangalore c’è lo stabilimento della Coca Cola Company, che distribuisce, in India, più di 3500 bevande, compresa l’acqua. Svelato l’arcano.

5 responses »

    • With the help of Google Translate we, too, managed to make it to the Big Bazaar, seeing and smelling India. Grazie!

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